ETRUSCHI VENUTI DALLA TURCHIA, LO DICE IL DNA DEI TOSCANI
ROMA - ‘Tracce turche’ nel Dna dei Toscani sciolgono un rebus rimasto irrisolto da tempo immemore: gli Etruschi venivano dalla Turchia del Sud, ovvero dall’Anatolia. La loro origine, tanto a lungo dibattuta tra diverse teorie, potrebbe dunque aver trovato una collocazione definitiva grazie allo studio presentato alla conferenza annuale della Società Europea di Genetica Umana in corso a Nizza dal Professor Alberto Piazza dell’Università di Torino che ha dedicato anni a questa ricostruzione storica mediante gli strumenti della genetica. La cultura Etrusca, che dominò i territori dell’attuale Toscana a partire dal 1000 AC circa, era piuttosto dissimile dalle civiltà che nello stesso periodo abitavano il resto d’ Italia. E’ quindi fin dall’antichità che si susseguono teorie sull’origine del popolo etrusco. Tra queste, tre erano le più accreditate: che gli Etruschi venissero dall’Anatolia come voleva lo storico greco Erodoto, che fossero autoctoni della regione, infine che provenissero dal Nord Europa. Piazza ha usato il suo strumento principe per rispondere all’annoso quesito: l’analisi del Dna, prendendo campioni di individui abitanti a Murlo e Volterra, due dei più importanti siti archeologici della civiltà etrusca, e Casentino, al confine con un’area dove questa civiltà è stata ben preservata.
“Sapevamo che gli abitanti di queste aree - spiega Piazza - sono geneticamente differenti da quelli delle regioni limitrofe”, probabilmente perché portatori di antiche origini etrusche. Su questa base l’equipe di Piazza ha scelto un campione ad hoc, di persone abitanti in quei luoghi da diverse generazioni. In particolare lo studio si è basato su un campione maschile di individui il cui Dna è stato confrontato con quello di maschi dell’isola greca Lemnos, di Sicilia, Sardegna, Italia del Nord, Medio Oriente, Turchia. Da questo confronto è emerso che gli abitanti della Toscana, ovvero coloro che sono considerati i discendenti degli Etruschi, somigliano più di tutti ai Turchi. “In particolare - spiega Piazza - una precisa variante genetica trovata nel campione di Murlo era condivisa unicamente da persone provenienti dalla Turchia”. Questo studio conferma i risultati di precedenti analisi del Dna compiute su un campione di donne per ricostruire il ramo filogenetico femminile, e conferma la teoria di Erodoto secondo cui gli Etruschi sbarcarono dall’Anatolia e approdarono sulle coste italiane per sfuggire ad una lunga carestia.



Agosto 15th, 2007 alle 3:09 pm
ETRUSCHI DNA TARQUINIA ORIGINI
di Alberto Palmucci
E’ stato recentemente appurato che il DNA di alcune popolazioni germaniche ha qualche somiglianza con quello degli Etruschi . Ma quel che ha suscitato scalpore è che si è anche trovato che il DNA degli abitanti del vicino Oriente (Turchia, Siria, Giordania) assomiglia a quello degli Etruschi e dei Toscani. Anche il DNA di coloro che abitano nelle isole del mar Egeo (Lemno e Rodi) è simile a quello degli odierni “Etruschi “; esso è però diverso da quello di Turchi, Siriani e Giordani . In uno studio parallelo è stato poi riscontrato che anche i bovini di Turchia, Siria e Giordania hanno somiglianza genetica con quelli toscani di razza Chianina e Maremmana . Ringrazio il prof. Guido Barbujani e il prof. Antonio Torroni, conduttori delle equipe indagatrici, per avermi inviato gli originali testi inglesi delle loro pubblicazioni, ed avermi liberato dalle confuse informazioni che avevo avuto dai media.
Per render tutto questo produttivo in campo storico occorre riesaminare il materiale archeologico e linguistico, nonché le antiche fonti letterarie che trattano delle origini degli Etruschi.
Si raccontava che Maleoto (o Maleo), in epoca anteriore alla guerra di Troia, condusse dal porto di Regisvilla (fra Tarquinia e Vulci) ad Atene una colonia di Pelasgi . Era questo il nome, spiegava Mirsilo di Lesbo, che i Greci avevano dato ai Tirreni perché “questi migravano a stormo, come cicogne (Pelargoi), dall’Italia in Grecia e in molte regioni dei barbari” . Si diceva che Maleoto fosse “Imperatore dei Tirreni”, avesse inventato la tromba (come il lidio Tirreno!) e il vino, fosse diventato re degli Argivi e tiranno di Atene, ed avesse scorrazzato per le isole Egee . Si dovette anche dire che egli avesse approdato in Lidia, e che vi avesse dimorato, perché una fonte lo presenta come figlio di Ercole e di Onfale lidia (come il lidio Tirreno!) . Si diceva che tutta la costa Ionica dell’Asia minore, a cominciare dal promontorio di Micale, era stata abitata dai Pelasgi, e pelasgiche erano state pure tutte le vicine isole come Chio ed Antandro .
I Pelasgi, racconta Erodoto, introdussero ad Atene e da qui a Samotracia, a Lemno e nelle altre isole Egee il culto dei Grandi Dèi. Diodoro Siculo aggiunge poi che Dardano, da Samotracia introdusse il culto in Asia minore dove i suoi discendenti fondarono Troia .
Da questo panorama mitostorico Virgilio trasse una tradizione secondo cui Dardano dalla tirrena città di Corito o Corinto (Tarquinia) emigrò prima a Samotracia, e poi in Asia, dove introdusse il culto dei Grandi Dèi e diede origine a Troia .
Già Erodoto notò che ai suoi tempi le residue genti pelasgiche della Grecia e dell’Anatolia settentrionale parlavano ancora una incomprensibile lingua diversa dal Greco . In tempi moderni, poi, nell’isola di Lemno, e stata trovata una stele scritta in una lingua simile all’etrusca, e in un alfabeto simile a quello dell’Etruria meridionale donde la tradizione faceva venire gli abitanti dell’Isola. Da poco, infine, s’è scoperto che il DNA degli abitanti di Lemno somiglia a quello degli Etruschi ancor più di quanto somigli a quello dei popoli Anatolici. C’è la possibilità che la tradizione virgiliana avesse attinto a fonti che riproducevano in forma mitica una qualche verità storica.
Le migrazioni, secondo Dionigi d’Alicarnasso, sarebbero iniziate due generazione prima della guerra di Troia, cioè attorno al 1250 a.C.
In quello stesso periodo, come si legge nei geroglifici del tempio di Karnac, in Egitto, il faraone Merneptah, durante il quinto anno del suo regno (1232 a.C.) riportò una vittoria contro una coalizione composta da Libici e Popoli del Mare, fra cui i TWRWSH (varianti Twrjsh.w, Twjrshh.w). Questi ultimi, si specificava, erano venuti, via mare, dal nord, ed avevano tentato di invadere l’Egitto dai confini occidentali.
L’Egitto non era l’unica mira dei Popoli del Mare. Essi invasero l’Anatolia, e provocarono la fine dell’impero ittita.
Gli Ittiti erano un popolo indoeuropeo entrato in Anatolia attorno al 2000 a.C. le loro supreme divinità maschili erano Tarhu (detto anche Tarhunta), dio della tempesta, connesso anche alle pratiche di aruspicina, e suo figlio Telepino, dio della fertilità. Molti re ne portarono il nome. Regioni vassalle dell’impero furono Wilusa (Ilio-Troia), Arzawua (la futura Lidia), Shea (la futura Misia), ecc. Fra i re di Shea spiccarono Tarhunta e suo figlio Telepino. Questo ultimo in una occasione difese Wilusa (Ilio-Troia). Attorno al 1300, la capitale dell’impero divenne Tarhunta-ssa, la città del dio Tarhunta ; ed ebbe sovrani che si chiamavano variamente Tarhunta e Curunta.
Dal quinto e all’undicesimo anno del regno di Ramses III, cioè dal 1193 al 1187 a.C., alcuni dei vecchi popoli del mare ed altri nuovi tentarono una seconda invasione dell’Egitto, ma furono ancora fermati. Nei geroglifici del tempio di Medinet Habu si spiega che alcuni contingenti “giunsero per mare e per terra”, mentre altri vennero “dalle isole centrali del mare”. Fra questi ultimi sono elencati i Twrwsh. Questi, si dice, con ulteriore specificazione, “venivano dal mezzo del mare” . Questi popoli, dunque, Twrwsh compresi, dovettero retrocedere nelle loro isole del mar Egeo, e in Anatolia nelle terre del già invaso impero ittita.
Alcuni studiosi hanno accostato il nome dei Twrwsh a quello dei Turski o Tusci ovvero Tyrse-noi o Tyrrhe-noi che sono i nomi antichi coi quali rispettivamente gli Umbri, i Latini e i Greci chiamavano gli Etruschi . Gli storici greci conoscevano, infatti, come abbiamo già visto, genti tirrene d’origine etrusca che avevano abitato varie isole dell’Egeo fra cui Lemno e Samotracia. Ma quel che rende produttivo l’accostamento è il fatto che, dopo i tempi oscuri che seguirono la fine dell’impero ittita invaso dai Popoli del Mare, sulle coste occidentali del disfatto impero nacquero regni che nella famiglia dei loro primi re vantavano personaggi che si chiamavano Tirseno o Tirreno (gr. Tyrsenos; Tyrrhenos; cfr. TWRWSH). Oggi, poi, si è scoperto che il DNA degli attuali “Tirreni” d’Italia somiglia a quello degli attuali “Tirreni” delle isole Egee di Lemno e di Rodi.
A ottanta miglia marine da Lemno, sul luogo dell’antico regno anatolico di Shea, troveremo la Misia governata da Telefo. Si diceva che egli fosse nato nella terra del re Corito o Corinto (come Dardano!), in Arcadia, e ne fosse figlio adottivo. Era poi emigrato nella Misia, ed aveva sposato Astioche e Laodice, rispettivamente sorella e figlia di Priamo re di Troia. Ebbe tre figli:
· Euripilo, che durante l’assedio posto a Troia dai Greci, condusse un esercito di Ittiti in soccorso della città.
· Tarconte (cfr. Tarhunta) e Tirseno (cfr. Twrwsh), che dopo la guerra di Troia, vennero in Etruria, dove si unirono ai profughi troiani portati da Enea. Tarconte fondò Tarquinia, e Tirreno fondò Cere. Nei graffiti di una specchio etrusco di III sec. a. C. si vede Tarconte a colloquio con Priamo re di Troia.
Secondo una tarda variante, Telefo stesso, prima della fine di Troia, venne in Italia dove assunse il nome di Latino, si stanziò nel Lazio, ed accolse Enea venuto da Troia.
Verosimilmente, Tarconte (cfr. Tarhunta) rappresenta l’elemento anatolico, Telefo (cfr. Telepino) e Tirreno quello immigrato e nuovamante emigrato.
Parallelamente, sul luogo di Arzawua troveremo la Lidia e la città di Tyrsa (cfr TWRWSH). Secondo Xanto di Lidia (iniz. V sec. a.C.), il re Ati, agli inizi della nazione, divise il regno tra i figli Lido e Torebo. Questi diedero il loro nome ai popoli che governavano; e “da Lido discesero i Lidi, e da Torebo i Torebi”. Erodoto (V sec. a.C.) disse invece che Ati, in seguito a una carestia, divise il popolo fra sè e suo figlio Tirreno (cfr. TWRWSH), e lo fece emigrare. Costui, giunto in Italia, chiamò Tirreno il suo popolo. Evidentemnte, Ati e Lido rappresentano l’elemento anatolico della nazione, e Torebo quello tirreno integrato; Tirreno, infine, rappresenta l’elemento tirreno non integrato e quindi indotto a emigrare . Si ricordi la figura del tirreno Maleoto che da una parte è quella di colui che inventa la tromba tirrena (come Tirreno!) e conduce i Tirreni dall’Italia nel bacino orientale del Mediterraneo, e dall’altra è un lidio figlio di Ercole e di Onfale (come Tirreno!) che introduce la tromba tirrena fra i Dori della Grecia.
Residue popolazioni tirreniche vivevano in Anatolia ancora nel II sec. d.C. come dimostrano le epigrafi trovate presso il lago di Ascanio .
Abbiamo già visto che gli storici greci conoscevano genti tirrene d’origine etrusca che avevano abitato varie isole dell’Egeo fra cui Lemno e Samotracia. Costoro, si diceva, erano partiti dal porto di Regisvilla (fra Tarquinia e Vulci) un paio di generazioni prima della guerra di Troia. Anche Virgilio, nell’Eneide, sostenne che i Tirreni, dalla città etrusca di Corito (oggi Tarquinia) si erano recati nell’isola di Samotracia, nel Mar Egeo, e da qui sulle coste dell’Asia dove avrebbero fondato Troia. Sempre Virgilio dirà che sarà poi questo il motivo per cui Enea, nipote di Dardano tirreno, dopo la rovina di Troia, ricondurrà i Troiani a Corito (Tarquinia), centro federale dove con Tarconte lo incoronerà capo della Federazione Etrusca.
Chi era Tarconte?
Secondo Licofrone (IV-III sec. a.C.) Tarconte e Tirreno erano figli di Telefo re della Misia (a sua volta figlio di Ercole o di Corito) e di Astioche sorella di Priamo re di Troia. Si ricordi che nella Misia ittita avevano regnato sia un Tarhunta che un Telepino; e che Tarhunta aveva portato soccorso a Wilusa (Ilio-Troia). Tirreno rappresenta certo l’elemento tirreno emigrato in Anatolia al tempo dei popoli del mare; e nel mito è il simbolo del ritorno.
Secondo Strabone, invece, che sviluppava il racconto di Erodoto, Tirreno è nipote di Ercole e di Onfale (come Maleoto!), viene dalla Lidia (che comprendeva le antiche Arzawa e Tarhuntassa, la città del dio e del re Tarhunta, capitale dell’impero ittita) ed incarica Tarconte (vd. Tarhunta) di fondare tutte le città dell’Etruria. Questi fonda Tarquinia (etr. Tarchu-na) e le dà il proprio nome (vd. et. Tarhu-nta-ssa = la città di Tarhunta) e in subordine tutte le altre città dell’Etruria e della Padania. Anche in questa migrazione, dunque, Tarconte dovrebbe rappresentare l’elemento anatolico, e Tirreno quello tirreno già emigrato in Anatolia. Si ricordi la figura del tirreno o pelasgio Maleoto che da una parte è quella di colui che conduce i Tirreni dall’Italia nel bacino orientale del Mediterraneo, e dall’altra è un lidio figlio di Ercole e di Onfale.
Sembra proprio che il tema del ritorno a Corito Tarquinia (etr. Tarchu-na; cfr. luv. Tarhunta-ssa) dei Tirreni, cantato da Virgilio, espliciti il comune denomitatore di tutte le tradizioni.
A Gravisca, porto di Tarquinia, è stata rinvenuta un coppa di VI secolo appartenente a un lidio chiamato Pactyes. Si tratta dell’unico documento archeologico, finora rinvenuto, della presenza di Lidi in Etruria, e potrebbe non essere un caso che sia stato rinvenuto proprio a Tarquinia. Pactyes era il ricco tesoriere di Creso re della Lidia, del quale parla Erodoto (I, 153-61); e Grass sostiene che costui andò in esilio a Gravisca e vi morì. Chiunque egli fosse, la sua presenza a Tarquinia dovrebbe essere significativa di un più ampio e antico scambio di relazioni. D’altronde, durante il VI sec. a.C., il porto di Tarquinia fu meta esclusiva in Etruria di un grandissimo numero di mercanti provenienti dalle coste Anatoliche, specialmente da Focea, e dalle prospicienti isole Egee. In quel periodo fu forse importato il Bos taurus, i cui resti ossei sono frequenti a Gravisca.
Sembra, poi, che tra i frammenti degli Scholia Veronensia all’Eneide (X,194) si possa rinvenire un cenno ai apporti fra Gravisca e una regione dell’Asia.
Per le relazioni della Lidia con l’Etruria potrebbe aver qualche significato anche la presenza in alcune epigrafi lidie di una lettera a forma di 8 con suono di F, che trova corrispondenza nell’alfabeto etrusco a partire dal VI sec. a.C. Pare inoltre che all’evoluzione grafica di quel segno in Lidia corrisponda la stessa evoluzione in Etruria. Indizio possibile questo d’una continuità di contatti.
Se ci furono migrazioni dall’Oriente in Etruria, la loro prima o più importante meta dovette esser Tarquinia. Una ragione in più sta nel fatto che è da questa città che poi iniziò la conquista della regione. Sul piano mitostorico, Tarconte, venuto dall’Oriente, fonda Tarquinia e, in subordine, tutte le città dell’Etruria e della valle Padana. Sul piano archeologico, il primato dell’area che apparterrà alla lucumonia di Tarquinia si era già manifesta dal XIV secolo coi contatti col mondo miceneo documentati dalla ceramica di monte Rovello, San Giovenale, Blera, e da uno specchio rinvenuto in una tomba della stessa Tarquinia. Per l’età compresa fra Bronzo finale e primo Ferro, l’insediamento del Calvario, sul colle di Corneto (Tarquinia), è il più vasto che si conosca. Il materiale, poi, ritrovato nella sua necropoli è più antico e ricco di quello che dello stesso tipo si ritrova nella restante Etruria e nella Padania.
IL PROBLEMA DELLA LINGUA
Pallottino scriveva che nell’Etrusco coesiste “una struttura grammaticale parzialmente affine all’indoeuropea con un fondo di vocabolario assolutamente estraneo all’indoeuropeo e privo di qualsiasi riscontro conoscibile” .
In questi casi, ove si presuma la venuta di gente straniera, i linguisti ritengono che la struttura grammaticale derivi dalla lingua degli immigranti, mentre il lessico di substrato sia quello della popolazione locale. Hencken ritiene che, nel caso dell’Etruria, agli inumatori dell’età del Bronzo si siano sovrapposti gli incineratori indoeuroperi dell’età del Ferro venuti via mare da nord e approdati a Tarquinia . C’è chi dice invece che gli immigrati erano venuti dal vicino Oriente. Se, come le analisi genetiche dell’equipe di Barbujani hanno dimostrato, il DNA degli scheletri Etruschi ha qualche affinità anche con quello di alcune odierne popolazioni germaniche, entrambe le provenienze dovrebbero aver concorso alla formazione del popolo etrusco.
Per quanto riguarda la componente orientale, il noto glottologo bulgaro Vladimir Georgiev ha analizzato il nome Etruria, ed ha sostenuto che questo deriverebbe dal più antico nome portato da Troia (itt. *Trusia > lat. E-truria); non solo, ma la lingua etrusca, a suo avviso, deriverebbe da un dialetto ittito occidentale parlato a Troia e nell’isola di Lemno. Il nome di Tarquinia, per esempio, e di Tarconte deriverebbero da quello “della suprema divinità ittito-luvia, Tarhun(t)a” .
Dalle premesse linguistiche, il Georgiev ha conseguito che, dopo la rovina di Troia, gran parte dei suoi abitanti emigrarono in più parti, sì che lo stato troiano si ridusse ad un piccolo territorio costituito dalla Troade meridionale, da una parte della Misia occidentale, dalla Lidia settentrionale e da alcune isole vicine come Lemno e Imbro. Il ricordo della migrazione fu così conservato come una leggenda lidia nel racconto di Erodoto. Al tempo di questo storico (V sec. a.C.), infatti, la Lidia comprendeva la Troade e la Misia; e tutte e tre parlavano lingue simili fra loro.
La colonizzazione dell’Etruria, dice il Georgiev, non avvenne direttamente e non riguardò tutto il popolo troiano. Una parte di esso andò a stabilirsi presso gli Elimi della Sicilia, e solo più tardi emigrò in più tempi e a gruppi isolati “in alcune zone delle coste dell’Etruria a Tarquinia, Cere, ecc.”. A poco a poco i Troiani si integrarono nella popolazione locale influenzandola e restandone influenzati .
Dopo il Georgiev, altri studiosi, come Francisco Adrados e Onofrio Carruba , hanno riscontrato nell’Etrusco notevoli componenti delle lingue indoeuropee dell’Anatolia, quali l’Ittito, il Frigio, il Licio ed in minor misura il Lidio.
Agosto 15th, 2007 alle 9:04 pm
beh, complimenti per l’articolo e per il commento davvero esauriente!!
Gennaio 28th, 2008 alle 10:49 pm
Le schritte che sono toravate ve arrivavano dagli etruschi ,si sono riuscciti leggere con un dialetto turco asiatico(secondo le ricerche che sono state fatte i turchi antenati cerano gia 6000 anni fa a.c. in anatolia)…….
Per linformazione rivolgersi a Haluk Tarcan e Kazim Mirsan….
Marzo 25th, 2009 alle 10:27 am
TARQUINIA (etr. Tarchu-na) e TROIA (luv. Taru-sia /*Tarhusia)
di Alberto Palmucci
A conferma dei raporti intercosi fra gli Etruschi e i popoli dell’Anotolia con particolare riferimento ai Troiani, e della relativa identificazione della odierna Tarquinia (Corneto) con la virgiliana città di Corito, patria di Dardano troiano, c’è da tener presente la seguente considerazione linguistica che ho già pubblicato sul numero 62-63 di “Aufudus” (Università di Bari e di Roma 3), p.93-126.
Dai nomi del supremo dio ittito-luvio, Taru, Tarhu, Tarhui, Tarhun, Tarhunta, deriva il nome di Tarhunta-ssa (ultima capitale dell’impero ittita) e quello della stessa Taru-sia / *Tarhu-isa (Troia-Ilio), città della quale il dio era protettore. Da quei nomi derivano pure quelli di Tarchu-nus (Tarconte, Tarquinio) e della città di Tarchu-na (Tarquinia). Vedi pure i nomi etrusco romani di Taru-zio, Tarqui-zio,
Tarche-zio e Tarqui-to, nonché il nome personale etrusco campano di Tarusula.
Marzo 25th, 2009 alle 12:09 pm
questo dimostra come la nostra terra sia da sempre un incrocio di popolazioni, e che le migliori esperienze della storia siano frutto del mescolamento, a volte facile, a volte conflittuale.
dura historia, sed historia…
Giugno 28th, 2009 alle 12:56 am
IL FANUM VOLTUMNAE A TARQUINIA? (Alberto Palmucci)
Il Fanum Voltumnae era verosimilmente a Tarquinia per le ragioni che andremo esponendo.
1). Il geografo greco Strabone scrisse:
“Si racconta che Tarconte […] fondò dodici città; e da lui prese il nome la città di Tarquinia […] A quel tempo, dunque, gli Etruschi, governati dal un sol capo, furono molto potenti” (V, 2,2).
Aulo Cecina di Volterra, poi, storico etrusco, raccontò che
“Tarconte, passato l’Appenninio con l’esercito, fondò la città che chiamò Mantova […]. Lì ordinò il calendario, e parimenti consacrò il luogo dove fondare dodici città” (Scholia Veronensia, ad Verg. Aen. 200).
E’ l’area di Tarquinia, come dice Torelli, il vero epicentro dell’espansione dapprima verso l’Etruria propria, e poi verso la Padana. Le vicende di questa fase formativa della nazione sono riflesse, infatti, in quelle della figura di Tarconte, fondatore di Tarquinia, e delle altre città dell’Etruria propria e della Padana. Infatti, durante l’età del Bronzo finale e del Ferro, Tarquinia e il suo territorio hanno restituito le più antiche testimonianze archeologiche. Ceramiche di tipo Tarquiniese si ritrovano anche in altre regioni dell’Etruria e della valle Padana, ma sono posteriori.
2). Strabone poi scrisse:
“Dopo la fondazione di Roma, venne Demarato portando popolo da Corinto. I Tarquiniesi lo accolsero amichevolmente, e da una donna del paese gli nacque Lucumone. Questi […] cambiò il suo nome in quello di Lucio Tarquinio Prisco (V, 2,2) […]. Demarato aveva portato con sé dalla sua patria una ricchezza tanto grande in Etruria, che egli stesso non solo regnò sulla città che lo aveva accolto (Tarquinia), ma il suo figlio fu fatto re anche dei Romani (VIII, 6,20) […]. Da Tarquinio, e prima dal padre, fu molto abbellita l’Etruria. Il padre, grazie alla quantità di artisti che lo avevano seguito da Corinto; il figlio con le risorse di Roma. Si dice pure che da Tarquinia furono trasportati a Roma gli ornamenti dei trionfi, dei consoli e, in generale, di tutte le magistrature, così pure i fasci, le scuri, le trombe, i sacrifici, la divinazione e la musica di cui fanno uso pubblico i Romani (V, 2,2)”.
I particolari del trasporto da Tarquinia a Roma delle insegne federali furono raccontati da Dionigi d’Alicarnasso. Egli scrisse che i capi delle singole città etrusche, dopo una guerra perduta contro Tarquinio Prisco re di Roma, si riunirono più volte in concilio, e lo riconobbero capo della loro Federazione. Essi poi inviarono ambasciatori che trasferirono in Roma, e consegnarono a Tarquinio
“le insegne della supremazia, con le quali essi adornano i propri re: una corona d’oro, un trono d’avorio, uno scettro con l’aquila alla sommità, una tunica di porpora con fregi in oro, e un mantello di porpora ricamato, proprio come lo indossavano i re della Lidia e della Persia […]. Gli recarono anche, come dicono, dodici scuri, portandone una da ogni città. Era, infatti, usanza degli Etruschi che il re d’ogni città camminasse preceduto da un littore recante un fascio di verghe e una scure. Quando poi si effettuava una spedizione comune delle dodici città, le dodici scuri venivano consegnate a colui che in quel momento aveva il potere supremo […]. Per tutto il tempo della sua esistenza, Tarquinio portò dunque una corona d’oro, indossò una veste di porpora ricamata, tenne uno scettro d’avorio, sedé su un trono eburneo; e dodici littori, recanti le scuri con le verghe, gli stavano intorno se amministrava la giustizia” (III, 73).
Tarquinia era dunque il centro della Federazione Etrusca. A Tarquinia, littori con fasci si vedono su fregi di sarcofagi e di pitture parietali di tombe; in una fossa votiva degli inizi del VII sec. a.C., poi, sono state trovate le insegne etrusche del potere: una tromba-lituo, uno scudo ed una scure ripiegati insieme.
3). La tradizione romana che un Tarquinio fosse stato insieme capo della federazione etrusca e re di Roma trova riscontro in Etruria nelle pitture della tomba François di Vulci. Qui si vedono alcuni personaggi vulcenti che sorprendono nel sonno e uccidono i capi disarmati d’una coalizione di città etrusche: le vittime sono un anonimo soanese, un anonimo volsiniano, un anonimo blerano e un Tarquinio Romano (Tarchunie Rumach). In linea con la tradizione sopra esposta, dobbiamo considerare il Tarquinio Romano a capo di una coalizione di città subordinate fra cui Volsini. Il fatto che le vittime vengano sorprese nel sonno in un’unica località fa pensare che l’eccidio avvenga durante un concilio federale tenuto a Roma a o Tarquinia. Forse vi partecipavano gli stessi assalitori vulcenti.
4). Tarquinio, come abbiamo visto nelle tradizioni sopra riferite, è un re di Tarquinia che diviene anche re di Roma, e come tale utilizza le risorse di Roma per abbellire Tarquinia; e mentre è re di Roma diventa pure capo della Federazione Etrusca: questa investitura gli viene proprio da Tarquinia. Il tutto trova un perfetto parallelo nell’Eneide di Virgilio, secondo cui, in epoca mitica, Tarconte, re della Federazione Etrusca, da Corito (Corneto/Tarquinia), inviò ad Evandro, re del Palatino di Roma, le insegne del potere per cedergli spontaneamente la “corona del regno etrusco” (VIII, 505). Il troiano Enea, poi, delegato da Evandro, si recherà a Corito-Tarquinia (IX, 1), nel “Campo” federale di Tarconte. Questo “Campo”, per tradizione orale e scritta, come spiegavano gli antichi commentatori d’epoca romana, che affermavano d’averlo pure visitato, era su un colle pianeggiante lungo il fiume Mignone (1), a nord di Centumcellae (cioè fra la odierna Civitavecchia e Tarquinia dove in effetti il fiume sfocia (2). Lì, Tarconte gli cederà il comando supremo della Federazione Etrusca (X, 147, ss.). Questo, nella cronologia degli eventi dell’Eneide, avviene proprio il 13 agosto (3), giorno in cui a Roma, sull’Aventino, si celebrava la festa di Vertumnus, dio della federazione etrusca.
(1) Virgilio, Eneide VIII, 597 ss. : apud Caeritis amnis ; Servio, Commento all’Eneide, VIII, 597 ss. : Amnis autem Minio dicit; VIII, 603: “intellegamus quod hodieque videmus et legimus, hanc collium fuisse naturam, ut planities esset in summo, in qua inierat castra Tarchonis”.
(2) Servio, Commento all’Eneide X, 183: MINIONIS, fluvius est Minio Tusciae ultra Centumcellas.
(3) A. Palmucci, Bollettino Società Tarquiniense d’Arte e Storia, 1996, p. 44.
5). Varrone (De L.L. V, 46; 74) dice che il culto di Vertumnus fu introdotto a Roma ad opera degli Etruschi di Celio Vibenna venuti in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Lo stesso Tito, poi, divenuto regnante assieme a Romolo, avrebbe eretto al dio un‘ara sull’Aventino dov’egli stesso si sarebbe fatto seppellire. Nel vicus Tuscus, infatti, esisteva una statua di Vertumnus, la cui base è stata oggi ritrovata (CIL VI 804). Il poeta latino Properzio infine fece dire al dio d’aver assistito all’arrivo di un certo Lucumone (Tarquinio) di Solonion (?) a Roma in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Nei dipinti della tomba François di Vulci, però, e nelle fonti letterarie più vicine agli Etruschi (Verio Flacco, Claudio e Tacito) la figura di Celio Vibenna non era connessa a Romolo, bensì a quel Lucumone di Tarquinia, che divenne re di Roma col nome di Lucio Tarquinio. E’ allora possibile che l’introduzione a Roma del culto di Vertumnus sia avvenuta, insieme alle insegne del potere federale, durante il regno di Lucumone Tarquinio Prisco.
6). Si diceva che mentre Tarconte (1), secondo altri Tarquinio (2), arava la terra attorno a Tarquinia, da un solco tracciato in maggiore profondità emerse un bambino che aveva la sapienza d’un vecchio. Il bimbo fu chiamato Tagete perché nato dalla terra (3); ed era il figlio del Genio di Giove (4). Tarconte allora, ch’era il sacerdote di Giove, lo prese e lo “portò nei luoghi sacri” (5), evidentemente a Giove.
“Poiché l’aratore”, raccontava Cicerone, “stupito da questa apparizione, mandò alte grida di meraviglia, ci fu un accorrere di gente in massa; e, in breve tempo, tutta l’Etruria convenne sul luogo” (6).
Tagete, allora, prendendo Tarquinia come centro, divise il cielo in sedici parti, assegnò ad ognuna di esse una divinità, e dettò a Tarconte (o a Tarquinio) e agli altri lucumoni delle città etrusche lì convenuti l’arte di interpretare i fulmini a seconda della parte di cielo dalla quale fossero venuti. Prese poi un fegato di pecora, e, come aveva fatto con il cielo, stabilì il centro, divise il bordo in sedici parti, e dettò le norme per leggervi il volere degli dèi. Tarconte, infine, ne compose un poema in forma di dialogo poetico in lingua etrusca.
Nel linguaggio mitico, il raggio d’azione del grido dell’aratore (Tarquinio o Tarconte) che da Tarquinia si stende per tutta l’Etruria, esprime il prestigio che la città aveva sulla nazione. Il concorso, poi, di tutti gli Etruschi sul luogo donde era partito il richiamo esprime l’autorità e la capacità aggregante e Tarquinia aveva sulla Confederazione. L’essere infine il luogo della rivelazione di Tagete, e del dettato di norme religiose a tutti i capi degli Stati etruschi, nonché il trovarsi al centro dell’universo celeste, fanno di Tarquinia il centro religioso e politico della nazione. Nella città, si formerà una scuola di aruspicina che poi i Romani istituzionalizzeranno nel Collegio dei Sessanta Aruspici al quale ognuna delle dodici città federate doveva inviare cinque allievi (7).
(1) Giovanni Lido, De ostentis, 2-3.
(2) Commento Bernese a Lucano, 1, 636.
(3) Commento Bernese, cit.
(4) Festo, De significatione verborum, s.v. Tages.
(5) Giovanni Lido, op. cit. Proemio.
(6) Cicerone, Divinatione, II, 5.
(7) Cicerone, Divinazione, I, 90.
7). Sui graffiti di uno specchio etrusco, trovato a Tuscania, presso Tarquinia, si vede Tagete che insegna a Tarconte e agli altri le norme dell’aruspicina. Alla scena assiste un dio, al di sopra del quale è scritto Veltune. Ora, la desinenza “e” di Veltune potrebbe essere sia quella di un rara forma di caso nominativo di teonimo, sia quella di un comune caso locativo. In quest’ultima possibilità indicherebbe il luogo dove il dio era venerato (il fanum Voltumnae?). In entrambi i casi si tratta della forma etrusca del nome latino di Voltumna o Vertumnus, il “dio principe dell’Etruria”. Presso il suo tempio avveniva il congresso degli Stati (Livio, IV, 23; 25; 61; V, 17), se ne eleggeva il capo (Tarconte), e si formavano gli eserciti federali (Livio, VI, 2). E’ significativo che questa figurazione del dio sia l’unica finora trovata, ed è pure evidente che Veltun o Veltune aveva pertinenza col luogo della rivelazione di Tagete. Questo luogo , e con ciò Tarquinia, doveva esser dunque quello del centro della Federazione, e della sede del Fanum Voltumnae.
8). Si ritiene che il nome di Veltun o Veltune (lat, Voltumna, Vertumnus) appartenga ad una particolare connotazione del supremo dio etrusco Tinia (il Giove romano). A favore di quest’ipotesi gioca il fatto che da un lato Tagete e Tarconte sono rispettivamente il figlio del Genio di Giove/Tinia ed il sacerdote di Tinia/Giove (per cui Tarconte va deporre il bambino neonato “nei luoghi sacri” a Tinia/Giove), e dall’altro sullo specchio di Tuscania è Veltun o Veltune e non Tinia/Giove il dio che assiste Tagete durante le sue rivelazioni.
9). Nel IV secolo a.C., a Tarquinia, il grande tempio della città, detto significativamente Ara della Regina, raggiunge la sua massima espansione fino a diventare il maggiore d’Etruria. Ora, è stato recentemente trovato un cippo appartenente all’interno del tempio, dal quale si apprende che in epoca romana questo era dedicato proprio a Giove/Tinia (1). Peraltro, le più antiche iscrizioni votive a Tinia, provengono da Tarquinia (2). Sulla destra, poi, della fronte del tempio di Giove/Tinia, c’è una sontuosa vasca marmorea d’epoca augustea sulla quale è scritto che era utilizzata per i Ludi (pro ludis); e, come Torelli ha evidenziato, era il contenitore dell’olio usato nei ludi atletici e religiosi che in epoca romana si svolgevano nella vasta area antistante il tempio (3). Per il periodo etrusco, pubbliche gare atletiche sono numerosamente documentate nelle pitture tombali di Tarquinia. Ricordiamo quelle delle Olimpiadi e delle Bighe. In quest’ultima sono addirittura raffigurate le strutture lignee dello “stadio” che racchiudeva i giochi, ed il pubblico che vi assisteva vivacemente.
Ai piedi della scalinata del tempio s’è trovato anche un cippo di marmo (II-III sec. d.C.) che in origine recava una scritta di cinque righe. Le parole delle prime quattro sono state scalpellate (per damnatio memoriae?) già in epoca antica, ma nella quinta riga si legge ancora Tarquinienses Foeder[ati] (4). E’ possibile che il testo integrale contenesse l’elenco dei popoli etruschi federati, o federati a Roma, compresi i Tarquiniesi. Il tempio dinanzi al quale era il cippo dovrebbe esser comunque quello della Federazione Etrusca in epoca romana (5).
A Tarquinia, peraltro, ci trova la quasi totalità delle attestazioni epigrafiche, sia pure solo d’epoca repubblicana, delle sepolture del capo della Lega: lo Zilath mechl Rasnal o lo Zilch Cechaneri (6).
(1) M Torelli, Tarquitius Priscus Haruspex di Tiberio, in Archeologia in Etruria Meridionale, a cura di M. Pandolfini, p. 249 ss.
(2) I. Krauskopf, in Dizionario della civiltà etrusca, a cura di M.Cristofani, s.v. Tinia.
(3) M. Torelli, op. cit. p. 260; Elogia Tarquiniensia, p. 164.
(4) M. Torelli, Elogia Tarquiniensia, p. 16.
(5) n quella etrusca il Fanum era verosimilmente sul colle della vicina Corneto (Corito), nel luogo della Corneto medioevale o presso il Casale di Santa Maria del Mignone dove doveva trovarsi il luco di Silvano (cfr. Virgilio, Eneide, VIII, 597 ss.).
(6) Per lo Zilath: CIE Tarquinia 5360 (TLE 87); 5472 (TLE 137); 5811 (TLE 174); ThLE, s.v. Zilath. Per lo Zilch: CIE, Tarquinia, 5385 (TLE 90); 5423 (TLE 126). Vd. A. Maggiani, Appunti sulle magistrature etrusche, “StEtr” 62, 1996, p. 107.
10). Livio spiegò che le riunioni dove gli Etruschi, durante la prima metà del IV secolo, eleggevano il capo supremo avvenivano al Fanum Voltumnae, cioè nel tempio di Voltumna. Egli però non disse presso quale città si trovasse il tempio; pose comunque Tarquinia a capo di un esercito federale condotto contro Roma alla metà del secolo. In ogni caso, è da escludere ch’egli intendesse che il Fanum fosse a Volsini. Egli, infatti, in altra occasione, parlerà di Volsini, Perugia e Arezzo, e le presenterà tutte insieme come tre distinte capitali d’Etruria, ognuna del proprio singolo stato (Livio, op. cit., X,37: Tres validissimae urbes, Etruriae capita, Volsinii, Perusia, Arretium. Lo stesso significato ha Caput Etruriae habebatur di Valerio Massimo “IX,1”).
Lo specchio etrusco sopramenzionato, dove si vede il dio federale Veltune (lat. Voltumna o Vertumnus) presente a Tarquinia, è proprio del IV secolo. Nello stesso secolo, nelle tomba François, come abbiamo visto, è un Tarquinio Romano e non un Volsiniese il capo della coalizione alla quale la stessa Volsini apparteneva.
11). Quando Roma sottomise Tarquinia, il ruolo di centro, limitato all’Etruria settentrionale ancora indipendente, dovette essere svolto da Volsini. E quando, nel 264 a.C., il console M. Fulvio Flacco sottomise anche questa città, egli stesso trasportò a Roma la statua di Vertumnus (Festo, s.v. Picta; Properzio, IV, 2), il cui culto sull’Aventino però preesisteva già dal tempo di Romolo o di Tarquinio. Dopo la fine di Volsini altre città, come Chiusi e Arezzo, dovettero via via assumere il ruolo di centro federale per l’Etruria settentrionale; ma completata l’occupazione romana, Tarquinia dovette riestendere il ruolo di centro sull’intera nazione. E’ qui infatti che troviamo ancora le sepolture di personaggi che in vita hanno rivestito la carica di presidente della Federazione; ed è qui che i Romani, istituzionalizzarono l’antica scuola di aruspicina nel Collegio dei Sessanta Aruspici dove ognuno dei principi delle dodici città federate doveva inviare i propri figli a studiare. Nei rilievi del cosiddetto Trono di Claudio, eretto dagli Etruschi di Cere, sono rappresentati i dodici popoli della Federazione; e Tarquinia, personificata da Tarconte (o da Tagete) che ha in mano i Libri Tagetici, occupa ancora il primo posto della rassegna.
La Tabula Peutingeriana (IV sec. d.C.) pose Tarquinia al centro delle grandi vie di comunicazione; inoltre, mentre ogni altra città, Volsini compresa, vi fu raffigurata con due torrette, solo Milano (capitale dell’Impero Romano d’Occidente) e Tarquinia (capitale d’Etruria) lo sono da due torrette poste su un piedistallo.
La città, peraltro, era la sede del consularis Tusciae. Qui troviamo la sepoltura del praetor Etruriae P. Tullio Varrone (CIL, 3364). Dagli Acta Santorum (9 agosto), poi, sappiamo che, attorno al 250 d.C., Secondiano fu inviato da Roma a Colonia (Gravisca), il porto di Tarquinia, dove fu processato e giustiziato da Marco Promoto, consularis Tusciae, la cui residenza era evidentemente Tarquinia. Il martire su sepolto in Colonia. A Tarquinia dove il santo divenne patrono se ne conserva ancora un braccio. Un governatore della Tuscia e dell’Umbria, poi, sotto Diocleziano, veniva chiamato Tarquinius, nome che potrebbe essere significativo della città dov’egli svolgeva la sua funzione (L. Cantarelli, La diocesi italiciana, 1964, p. 116).
12). Volsini, tuttavia, aveva mantenuto un suo ruolo. Esiste un rescritto col quale l’imperatore Costantino, nel 337 d.C., concesse agli umbri di Spello l’esonero di recarsi a Volsini per celebrare le feste religiose. Manca ogni accenno a divinità antiche o federali. Le funzioni religiose di Volsini dovevano comunque essere il residuo del ruolo centrale che la città, dopo la caduta di Tarquinia, aveva assunto verso le ancor libere città della media valle del Tevere. L’estensione all’Umbria è poi dovuta alla riforma di Augusto che unì questa regione all’Etruria.