L’Iowa che non ti aspetti. E ora è il turno del New Hampshire
Normalmente i tempi di gestazione delle novità in politica sono piuttosto lunghi. Ma nell’Iowa di giovedì scorso si è verificata un’importante eccezione. Dalle palestre dello Stato americano, il primo ad esprimersi per le primarie democratiche e repubblicane in vista delle elezioni presidenziali del prossimo novembre, sono usciti 2 risultati (su 2) che fino ad un mese fa erano certamente inaspettati. Ma andiamo con ordine.
Nella fazione democratica il vincitore è stato Barack Hussein Obama: 46enne, afroamericano (padre keniota e madre del Kansas), sposato con 2 figlie. Tipica immagine di uomo deciso ma non duro. E’ in aperto contrasto con la “dottrina Bush” degli ultimi 8 anni. Apertamente contrario alla guerra in Iraq e risoluto nel voler far rientrare le truppe a stelle e strisce. Fautore della c.d. “multilateralità internazionale”. E’ stato soprattutto visto come la “faccia nuova” della politica, ottenndo più del 37% delle preferenze.
Al secondo posto (inatteso quanto Obama) John Edwards, che ha partecipato alle presidenziali di 4 anni fa (vinte da Kerry).Ha ottenuto poco meno del 30%, in particolar modo grazie ai voti portatigli dal mondo sindacale.
Incredibilmente terza la ex first-lady Hillary Clinton. Lei, che ha il budget più corposo per questa campagna elettorale (intorno ai 100 mln di dollari), sembra non aver fatto breccia nel cuore dei liberal dell’Iowa. Troppo rigida, calcolatrice e vogliosa di piacere sempre a tutti, così da diventare antipatica. Su di lei incombe sempre l’aura del marito, ancora molto amato e stimato dal popolo dei democratici, nonostante le note vicende che lo hanno legato alla stagista Monica Lewinsky. Le voci (maligne) parlano di Bill come del personaggio “friendly ed ammiccante”, e di Hillary quasi come di un’arpia.
La vittoria di Obama è arrivata tutta nelle ultime settimane; sembra essere riuscito ad incarnare il cambiamento che molti liberal vogliono (specialmente i giovani), senza per questo chiudersi sul voto quasi solo “nero”. L’Iowa è infatti uno stato a prevalenza di bianchi, dei quali oltre il 90% ha origini europee diverse da quelle inglesi (si tratta per lo più di irlandesi, tedeschi e danesi). Le usanze sono quelle tipicamente rurali e contadine.
Per un volto nuovo che festeggia, ce n’è un altro, tra i repubblicani, che se la passa decisamente bene. E’ Mike Huckabee, altro vincitore (34,3%) inatteso fino ad un mese fa. Huckabee, 52 anni, è un predicatore battista, piuttosto conosciuto grazie alle sue messe sul canale televisivo di Little Rock. La sua forza sta tutta nel parlare in modo semplice e a braccio, senza discorsi scritti, infarcendo spesso il discorso con riferimenti a Dio e alla famiglia. Una sorta di prete di campagna alla Don Camillo più che un cardinale colto e sofisticato.
La seconda piazza tra i repubblicani è andata al favorito Mitt Romney, che si è però fermato ben 9 punti percentuali sotto Huckabee. Romney, ex governatore del Massachussets ed organizzatore delle olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002, ha tentato di incarnare le 3 classiche anime repubblicane (difesa dei valori religiosi e familiari, “intraprendenza” anche militare nei rapporti internazionali ed avversione alle tasse) senza però riuscirci, almeno per ora. Hanno probabilmente pesato l’aria da manager freddo e la sua fede mormone.
Mc Cain e Rudolph Giuliani, 2 “big” attesi tra i repubblicani, sono andati male. L’eroe del Vietnam Mc Cain è arrivato quarto col 13% e Giuliani, ex magistrato ed ex sindaco di New York al tempo dell’11 settembre, solo sesto (3,5%). Entrambi però non avevano praticamente fatto campagna elettorale nell’Iowa.
Già dalla prossima consultazione del New Hampshire le cose dovrebbero cambiare abbastanza. Per tutti i candidati e per entrambi i partiti. Il New Hampshire infatti, pur essendo anch’esso uno stato “bianco” è molto meno rurale dell’Iowa. Qui la popolazione è costituita prevalentemente dal ceto medio-borghese e da professionisti. Le parole di Huckabee saranno (presumono politologi importanti come Lutwack e Sabato) meno fruttuose e permetteranno a Romney, Mc Cain e Giuliani di recuperare terreno.
Anche in casa democratica la riaffermazione di Obama sarà più difficile (ma non impossibile). Per lui ed Edwardssi presume una flessione più o meno lieve a favore di Hillary Clinton, piuttosto radicata nello stato nord orientale.
Ragionando a lungo termine una cosa è certa: se la Clinton alla fine non dovesse essere la candidata democratica alle presidenziali, il popolo americano dovrà rinunciare allo stesso tempo all’idea del primo presidente donna e alla “bi-dinastia” Bush-Clinton che si è alternativamente susseguita per 20 anni e 5 mandati complessivi alla Casa Bianca.

















