Idoneità alloggiativa a 312 euro: dopo la condanna, botta e risposta tra Pd e Comune di Rovato

Dopo l'ordinanza del Tribunale di Brescia sull'aumento dei diritti di segreteria, il Pd chiese che le spese legali fossero pagate da sindaco e assessori; la giunta rispose difendendo il calcolo della tariffa.

Francesca Zanola Di Francesca Zanola
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Idoneità alloggiativa a 312 euro: dopo la condanna, botta e risposta tra Pd e Comune di Rovato
Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Syrio. Licenza: CC BY-SA 4.0.

Nell’estate del 2016 la vicenda dei certificati di idoneità alloggiativa tornò al centro del dibattito politico rovatese. Il Tribunale di Brescia aveva condannato il Comune di Rovato per condotta discriminatoria dopo che i diritti di segreteria per il certificato erano passati da 50 a 312 euro. All’ordinanza seguì uno scambio di comunicati tra il Partito Democratico locale e l’amministrazione comunale, allora guidata da una maggioranza Lega Nord e Pdl. Due letture opposte dello stesso provvedimento, che riassumiamo dando conto delle posizioni di ciascuno.

Che cos’è il certificato di idoneità alloggiativa

Come ricordava la stessa amministrazione, si tratta di un documento che attesta che un’abitazione ha i requisiti previsti dalla legge per ospitare un determinato numero di persone: una superficie minima, le condizioni igienico sanitarie richieste, impianti a norma. Per ottenerlo occorre allegare alla domanda la planimetria catastale, il contratto d’affitto o l’atto di proprietà, le certificazioni degli impianti e i documenti anagrafici del richiedente, compreso l’eventuale permesso di soggiorno. Gli uffici esaminano la pratica ed eventualmente svolgono sopralluoghi prima del rilascio.

Il certificato viene richiesto in particolare nelle pratiche di ricongiungimento familiare e di rilascio o rinnovo dei permessi di soggiorno, ed è per questo che la questione dei costi riguarda soprattutto, anche se non esclusivamente, le famiglie di origine straniera. Una cronaca della sentenza di primo grado si trova nell’articolo sulla condanna per condotta discriminatoria dei Comuni di Rovato e Pontoglio.

La posizione del Partito Democratico

Nel suo comunicato il Pd di Rovato sottolineava che il Comune era stato condannato, in solido con quello di Pontoglio, a pagare oltre settemila euro di spese legali. Secondo i democratici, l’esito era prevedibile già un anno prima, alla luce di numerose condanne analoghe pronunciate nei confronti di altri Comuni guidati dalla Lega per aumenti di questo tipo.

Il partito osservava inoltre che i costi pesano anche sui proprietari di casa e giudicava molto grave che il nome di Rovato fosse associato in una sentenza alla parola discriminazione. Il Pd annunciava infine l’intenzione di chiedere che le spese legali fossero sostenute personalmente dal sindaco e dagli assessori, sostenendo che la giunta avesse approvato la delibera pur conoscendo i precedenti giudiziari e il richiamo pubblico dell’opposizione.

La replica dell’amministrazione comunale

Ampia la risposta della giunta, che invitava i cittadini a leggere integralmente l’ordinanza del giudice, pubblicata sui siti istituzionali. L’amministrazione spiegava che il certificato non rientra tra i documenti gratuiti, come quelli di stato civile, e che la nuova tariffa di 312 euro, fissata il 30 luglio 2015, era stata calcolata in base al tempo e all’impegno richiesti agli uffici, mentre i 50 euro precedenti non coprivano i costi.

Secondo il Comune, l’obiettivo era stabilire il giusto prezzo della pratica, come era avvenuto per altre tariffe, dalla sala matrimoni ad alcuni servizi cimiteriali. La giunta citava anche i 400 euro di diritti di segreteria previsti per una piccola pratica edilizia, mai contestati da nessuno. Il ricorso, ricordava l’amministrazione, era stato promosso con il sostegno del Pd provinciale, della Camera del Lavoro Cgil, dell’Asgi e della Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo.

La giunta contestava poi diversi passaggi dell’ordinanza, che disponeva la revoca della delibera, il ritorno alla tariffa di 50 euro e la restituzione della differenza di 262 euro agli stranieri che avevano pagato la cifra maggiorata. A giudizio dell’amministrazione, così i cittadini italiani restavano esclusi dal rimborso, e la sentenza finiva per alimentare lo stereotipo dello straniero necessariamente povero. Il Comune affermava inoltre che ai suoi uffici non risultavano casi di grave disagio legati alla nuova tariffa.

I numeri citati dal Comune

L’amministrazione indicava infine l’impatto economico della decisione: nell’ultimo anno solare le pratiche erano state 39, per una differenza complessiva di circa 10.000 euro che, secondo la giunta, sarebbe ricaduta sull’intera comunità. Nel 2013 i certificati rilasciati erano stati 246.

Il confronto tra le due posizioni si inseriva in un dibattito più ampio sulla presenza straniera in un comune con una popolazione residente molto varia, tema ricorrente nelle pagine di politica rovatese dell’archivio.

Articolo d’archivio pubblicato originariamente il 2 agosto 2016 su Rovato.org. Il testo è stato riordinato nel 2026 senza aggiornare i fatti.