Strage di piazza della Loggia: il ricordo di Sonia, giovane operaia di Rovato in piazza quel giorno

Per i quarant'anni della strage del 28 maggio 1974, la testimonianza di una rovatese che allora aveva diciannove anni, raccolta da Mariolina Cadeddu dell'Auser: la piazza, lo scoppio, l'ospedale e il ricordo di Euplo Natali.

Francesca Zanola Di Francesca Zanola
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Strage di piazza della Loggia: il ricordo di Sonia, giovane operaia di Rovato in piazza quel giorno
Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Monica Rondoni. Licenza: CC BY-SA 4.0.

Nel maggio 2014, in occasione del quarantesimo anniversario della strage di piazza della Loggia a Brescia, Rovato.org pubblicava la testimonianza di Sonia, una rovatese che il 28 maggio 1974 si trovava in piazza. Allora aveva diciannove anni e lavorava come operaia. Il suo racconto era stato raccolto da Mariolina Cadeddu, appassionata di storia rovatese e volontaria dell’Auser. Qui lo ripercorriamo in forma riordinata, restando fedeli alle sue parole e ai fatti che riferiva.

Una mattina di festa

Sonia era operaia e rappresentante sindacale in una piccola azienda di Cazzago San Martino, e quella era la sua prima manifestazione politica e sindacale. Era partita presto in pullman da Cazzago insieme a un gruppo di amiche. Per loro, raccontava, la giornata aveva il sapore di una festa: dopo il corteo avevano in programma anche un giro per negozi, nelle vetrine piene dei colori della primavera.

Arrivate in piazza Garibaldi verso le 8.30, le ragazze avevano attraversato piazza Rovetta, dove avevano comprato un chilo di ciliegie. Le avevano lavate alla fontanella di piazza della Loggia, sotto la torre dell’orologio, gettando i noccioli nel cestino lì accanto. Proprio quel cestino, nel suo ricordo, sarebbe diventato il luogo della bomba.

Lo scoppio sotto i portici

Il cielo si era coperto e aveva cominciato a piovigginare. Sonia aveva proposto alle amiche di ripararsi sotto i portici; lei era arrivata per prima e un uomo anziano, vedendola, si era spostato per farle posto sul gradino. Aveva appena fatto in tempo a togliersi il foulard: prima di riuscire a ringraziarlo aveva sentito un fischio e poi l’esplosione, che l’aveva sbalzata dall’altra parte dell’arco, vicino alla fontana.

Nei momenti successivi, ricordava, aveva corso senza sapere dove, sotto shock, in mezzo alla piazza devastata. Era svenuta tra le braccia di un vigile, poi si era rimessa a cercare le amiche. Ne aveva ritrovata subito una, rifugiata in un negozio con una lieve ferita a una gamba. Lo stesso vigile le aveva caricate su un’auto che le aveva portate all’ospedale Civile.

All’ospedale Civile

Solo in ospedale Sonia aveva capito la gravità di quanto accaduto: confusione, feriti sistemati anche su materassi a terra, medici e infermieri impegnati a separare i casi più gravi. Lei aveva soltanto una scheggia di vetro in un piede, di cui non si era neppure accorta; il sangue che aveva addosso, spiegava, era di altre persone. Aveva chiesto ai medici di occuparsi della sua amica, che lamentava forti dolori e fu ricoverata in reparto.

La telefonata

Verso mezzogiorno, quasi due ore dopo lo scoppio, Sonia aveva chiesto di poter telefonare a un vicino di casa, perché la sua famiglia non aveva il telefono. Nel suo racconto, mentre spiegava che era scoppiata una bomba ma che lei stava bene, una voce maschile si era inserita nella linea, si era presentata come appartenente ai Servizi Segreti e le aveva intimato di riattaccare, minacciando di arrestarla. Spaventata, aveva chiuso la comunicazione. L’episodio è riportato come lo ricordava la testimone.

Il foulard e l’attesa a Rovato

Intanto le amiche la credevano morta: avevano visto spuntare da sotto un telo un foulard marrone e giallo identico al suo, che lei aveva perso. Tornate a casa, non avevano avuto il coraggio di dire nulla alla madre, che la aspettava dal balcone; qualcuno le aveva detto che sarebbe arrivata più tardi con un altro pullman. Sonia era riuscita a far avere sue notizie solo nel primo pomeriggio.

Che cosa resta di quel giorno

A distanza di quarant’anni, Sonia parlava di una grande tristezza e del pensiero, ogni anno, per l’uomo che le aveva fatto posto sul gradino e che, senza volerlo, l’aveva riparata con il proprio corpo. Si chiamava Euplo Natali e aveva 69 anni: lei stava per dirgli grazie. Da quell’esperienza, diceva, non era nata la paura della folla ma la convinzione di non arrendersi e di testimoniare sempre in prima persona. Per tutta la vita aveva fatto la sindacalista in fabbrica, vivendo l’impegno sul lavoro come forma di impegno civile. Il suo ultimo pensiero andava a chi aveva perso la vita e a “coloro che sono ancora impuniti”.

La strage, causata da un ordigno esploso durante una manifestazione antifascista promossa dai sindacati, provocò otto morti e oltre cento feriti. Sulla memoria civile a Rovato si possono leggere anche gli articoli sulla manifestazione antifascista a Rovato, sulle celebrazioni del 25 aprile in Franciacorta e sull’inaugurazione della Salita della memoria.

Articolo d’archivio pubblicato originariamente il 28 maggio 2014 su Rovato.org. Il testo è stato riordinato nel 2026 senza aggiornare i fatti.