Cava Bonfadina, la parola passa al Consiglio di Stato dopo lo stop del TAR

A giugno 2008 i giudici di Palazzo Spada erano chiamati a esaminare gli appelli di cavatore, Provincia e Regione contro la sospensione dei lavori decisa a febbraio dal TAR di Brescia.

Elena Ghidini Di Elena Ghidini
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Cava Bonfadina, la parola passa al Consiglio di Stato dopo lo stop del TAR
Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Luigi.tuby. Licenza: CC BY-SA 3.0.

All’inizio di giugno 2008 la lunga contesa sulla cava Bonfadina si avvicinava a un nuovo passaggio decisivo. Dopo che a febbraio il TAR di Brescia aveva sospeso i lavori, la questione arrivava davanti al Consiglio di Stato, a Roma. L’udienza era fissata per il 10 giugno: i giudici avrebbero esaminato gli appelli presentati dalla società cavatrice, dalla Provincia di Brescia e dalla Regione Lombardia contro la sospensiva.

Le parti in causa

Da una parte c’erano i soggetti che avevano promosso o autorizzato il progetto di cava: l’impresa titolare e i due enti, Provincia e Regione, che avevano firmato gli atti. Dall’altra i Comuni di Rovato e di Cazzago San Martino e un fronte di cittadini guidato dal comitato anticava, che da anni contestava l’intervento.

La disputa durava ormai da diversi anni e, secondo la cronaca dell’epoca, stava assumendo un rilievo che andava oltre il caso locale, perché sembrava destinata a fare giurisprudenza su un tema delicato come l’apertura di nuove cave in aree già segnate da traffico e attività estrattive.

Come si era arrivati a Roma

La sospensione dei lavori decisa a febbraio dal TAR di Brescia aveva rappresentato una prima vittoria per i Comuni e per il comitato. Si trattava però di un provvedimento cautelare, cioè temporaneo, in attesa di una decisione nel merito. Contro questo tipo di provvedimenti è possibile appellarsi al Consiglio di Stato, il giudice amministrativo di secondo grado, ed è quello che avevano fatto la ditta e gli enti.

Il ruolo del Consiglio di Stato

Nel sistema della giustizia amministrativa italiana, i TAR decidono in primo grado le controversie tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Le loro decisioni, comprese le ordinanze cautelari, possono essere impugnate davanti al Consiglio di Stato, che ha sede a Palazzo Spada, a Roma. Una sua pronuncia sulla sospensiva avrebbe stabilito se le ruspe potevano tornare al lavoro o se dovevano restare ferme fino alla sentenza.

Che cosa c’era in gioco

Per Rovato la posta era alta. La cava si trovava nella pianura a sud del Monte Orfano, vicino alla ex statale 11, una strada già molto trafficata. Nei mesi precedenti i contrari avevano messo in fila le loro obiezioni: l’estensione dell’intervento, il traffico di mezzi pesanti previsto, la questione della valutazione di impatto ambientale sollevata anche in sede europea. Tutte questioni che, a seconda dell’esito dell’udienza, avrebbero continuato a pesare sul futuro dell’area.

L’attesa, in quei giorni, era tutta per una decisione che avrebbe potuto riaprire il cantiere oppure confermare lo stop.

Un precedente per altri territori

L’attenzione intorno all’udienza non era solo rovatese. La pianura bresciana occidentale ospitava già numerose cave e discariche, e una pronuncia del Consiglio di Stato sul caso Bonfadina avrebbe potuto orientare il modo in cui, in futuro, si sarebbero bilanciati gli interessi delle imprese estrattive, le scelte dei piani provinciali e le ragioni dei Comuni contrari. Da qui l’idea, ricorrente nelle cronache, che la vicenda potesse fare scuola.

Le tappe della vicenda

Per ricostruire il percorso si possono rileggere l’esposto alla Procura di Brescia di fine 2007 e la notizia dello stop alle ruspe deciso dal TAR. L’esito dell’udienza romana è raccontato nell’articolo sul Consiglio di Stato e la sospensiva dei lavori.

Articolo d’archivio pubblicato originariamente il 9 giugno 2008 su Rovato.org. Il testo è stato riordinato nel 2026 senza aggiornare i fatti.